mercoledì 23 novembre 2011

Enchanted



Certe nostre azioni non sono per niente ragionate. Mosse da sentimenti per cui c'è spazio solo nei nostri cuori, andiamo a sbattere contro il muro d'indifferenza del bastardo di turno. [Roxane]

domenica 2 ottobre 2011

Dead or Alive capitolo 1

eccomi qua a voi per presentarvi la mia nuova creatura.
una storia che parlerà di vampiri ma il cui tema principale sarà l'amore tra due ragazzi, megan hale. un rapporto difficile fin dagli inizi, perchè megan ha 22 anni ed hale 17. come affronteranno le avversità? non vi resta che seguire la storia e parlarne con me :)
p.s. la storia verrà per ora pubblicata la domenica per poi essere spostata definitivamente in un altro giorno prossimamente.



Le note di una canzone rock martellavano senza pietà i timpani di Megan, dio come voleva andarsene. La prossima volta che Jess avesse cercato di trascinarla a vedere spettacoli di gruppi rock sconosciuti, avrebbe detto la sua e si sarebbe fatta valere.

  • uhhhhhhhhh yeeeeeeeeeeeeeah!!!!-

nonostante il volume oltre i limiti di sopportazione umana e le altre decine di persone che si muovevano a tempo con le parole del cantante, lei si sentiva osservata, come sotto un riflettore. Invidiava, il modo in cui la sua migliore amica riusciva a lasciarsi andare e godersi lo spettacolo.

Non si definiva timida, anzi non lo era per niente. Il problema era che odiava essere al centro dell'attenzione. Non reggeva gli occhi degli sconosciuti che la indagavano dalla testa ai piedi, giudicandola per come era vestita. Appena ti mettevi un capo fuori moda, venivi guardata male. Della serie, evviva l'originalità.

Ma forse stava esagerando. Per la serata si era vestita con una normale t-shirt verde e un paio di jeans stretti. Il trucco era appena accennato sui tratti delicati del viso che più di una volta aveva tratto in inganno le persone con cui entrava in contatto.

Non c'era una volta che, andando dal medico o al supermercato a fare la spesa, le dessero l'età che realmente aveva. E ogni volta il sangue le affluiva alle guance in modo violento, non per timidezza o vergogna, ma per la rabbia che provava nel sentirsi trattare come una bambina. Come poteva essere fatto un errore simile con una ragazza di ventidue anni?

Eppure in un modo o nell'altro quindici o sedici anni se li sentiva attribuire sempre.

  • ed dai megan! Non fare la guasta feste! Sciogliti e balla un po' di sano rock n' roll.-

  • ehm....si. Magari dopo eh?- disse a Jess.

A volte era davvero teatrale. Erano una l'opposto dell'altra eppure i loro caratteri si completavano alla perfezione e dall'età di sei anni erano amiche per la pelle.

  • come vuoi. io cerco di avvicinarmi al palco. Voglio sentire sulla pelle il rimo della musica-

  • uhm, ok. Vado a prendere qualcosa da bere,.-

  • ok. ma non sai cosa ti perdi. Ciao sfigataaaa!-

detto questo si inoltrò a forza di spintoni tra la folla che stava sotto al palco. Non senza qualche imprecazione da quelli che si trovavano sulla sua strada. Quando si metteva in testa qualcosa quella ragazza aveva la forza di un carro armato.

Lasciata l'amica si allontanò dalla ressa per raggiungere la piccola capanna di paglia che era stata allestita per distribuire le bevande. Camminando continuò a guardarsi in torno per assicurarsi che nessuno la stesse fissando ma nonostante tutto più camminava, più si accorgeva che erano tutti impegnati a seguire il concerto e nessuno si voltava al suo passaggio indicandola come se fosse la pecora nera del momento.

Se avesse detto cosa le passava per la testa le avrebbero dato il premio come regina suprema dei paranoici folli.

La fila per la cassa era smisurata, davanti a lei in coda per acquistare una bibita fresca c'erano non meno di venti persone. Non c'era da sorprendersi che tanta gente fosse li a prendere qualcosa per rinfrescarsi. La temperatura, sebbene fossero le dieci di sera passate, doveva aggirarsi intorno ai trentacinque gradi e l'umidità era cosi elevata che un minimo movimento costava molta fatica.

Le gocce di sudore, dalla nuca le scendevano lungo la linea della spina dorsale facendole il solletico.

Quanto rimpiangeva di aver lasciato il condizionatore!

La fila procedeva a rilento. Evidentemente anche gli addetti al punto ristoro subivano l'umidità e il caldo.

Ogni volta che una delle persone in fila riusciva finalmente ad ottenere quello che aveva ordinato megan guardava con invidia i bicchieroni pieni fino all'orlo di coca-cola e ghiaccio, oppure una birra o una limonata sfilarle sotto al naso e innescandole un'invidia cieca.

Poteva quasi sentire il liquido fresco che le scendeva per la gola, irrigando la carta vetrata che rivestiva la sua bocca.

Quando fu quasi il suo turno una testa bionda due o tre persone più avanti di lei si girò.

E la prima cosa che pensò fu: wow.

Quella zazzera bionda apparteneva a un ragazzo veramente carino. Addirittura bello. I lineamenti del viso erano ben marcati e pronunciati ma nel complesso gli stavano bene. Gli occhi due turchesi grossi e brillanti. Il tipo di persona che megan avrebbe visto bene sul cartellone di una marca di biancheria intima molto nota.

Poi il ragazzo le sfilò accanto non degnandola nemmeno di uno sguardo.

Per quanto stupido potesse essere quel pensiero, megan si sentì delusa e anche un poco strana.

Avrebbe voluto che anche lui la guardasse.

Scosse la testa e si disse di tornare in sé. La verità era che si sarebbe sentita in tremendo imbarazzo se lui l'avesse fissata nello stesso modo in cui lei aveva guardato lui. Avrebbe anche potuto farle piacere essere guardata cosi, ma sarebbe ricaduta nelle vecchie paranoie pensando che l'unico motivo per cui l'aveva osservata era perchè in lei c'era qualcosa che non andava.

  • signorina?....signorina, che cosa vuole da bere?-

  • mmh...? oh! Mi scusi- che figuraccia! Era talmente immersa nelle chiacchiere paranoiche con se stessa, da non essersi accorta che la fila era andata avanti e che ora era il suo turno.

Dopo essersi scusata e aver ordinato due coca light, si guardò intorno per cercare nella massa di corpi sudati la sua amica.

Quando riusci a individuarla le fece un cenno con uno dei bicchieri pieni di liquido marrone e fresco. Ma lei le rispose indicandole a gesti di raggiungerla.

  • starà scherzando spero.- i bicchieri pieni fino all'orlo non sarebbero mai riusciti ad arrivare integri fino al posto dove jess aveva scelto di stabilirsi. Provò a lanciare alla sua amica altri segnali per chiederle di venire ad aiutarla ma quella era troppo impegnata a strusciarsi con qualche ragazzo appena conosciuto. C'erano volte in qui la invidiava per la sua spigliatezza ma altre in cui era felice di essere cosi com'era.

Uscita sconfitta in quella lotta di comunicazione non verbale si arrese e si incamminò per raggiungerla ai piedi del palco.

Ad ogni passo qualche goccia dolce sfuggiva al recipiente di plastica che costituiva il bicchiere cadendo sull'asfalto della pavimentazione stradale della piazza in cui si teneva il concerto.

  • maledizione jess queste poi me le ripaghi.- l'irritazione verso l'amica cresceva ad ogni passo. Ma era possibile che fosse sempre cosi superficiale? Non vedeva che era in difficoltà?

    Si sarebbe fatta sentire appena fosse riuscit...-

  • merda! Ma che diavolo?-

  • oddio mi scusi tanto.-

si era concentrata troppo sui bicchieri e si era dimenticata di guardarsi intorno per evitare la gente. Ed aveva finito per fare esattamente l'opposto. Tutto il contenuto dei due bicchieri si era riversato addosso ad una persona che aveva avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua strada.

Quando levò lo sguardo per proferirsi in mille scuse, le parole le si bloccarono in gola in un tamponamento a catena. E l'unica cosa che ne uscì fu un mormorio strozzato e incomprensibile.

Due occhi di turchese la fissavano perplessi e incuriositi.

Il destino doveva avere un pessimo senso dell'umorismo. Tra tutte le persone presenti al concerto, si era scontrata con l'unica persona che avrebbe voluto evitare.

  • oddio ti prego, scusami tanto. Quella disgraziata della mia migliore amica si rifiuta di aiutarmi.- e cosi dicendo indicò con un pollice la ragazza scatenata vicino al palco.

  • oh...- il ragazzo sembrava senza parole tanto quanto lei.

  • Ti prego scusami ancora, sono davvero un disastro.- disse in tono contrito megan. Che ora cominciava anche a sentirsi davvero in imbarazzo. Le guance già rosse per il caldo soffocante divennero ancora più rosse.

  • Ehm....è tutto ok.- disse lui a disagio. Ma dopo poco le sue labbra presero la forma di un timido sorriso.

Megan appoggiò a tera i bicchieri con quello che rimaneva del loro contenuto e prese a frugare freneticamente nella borsa che portava sulla spalla destra in cerca di qualche fazzolettino di carta da offrire al ragazzo la cui maglietta blu grondava coca.

  • sul serio. - ripetè lui a voce un poco più alta per farsi sentire al di sopra della musica. Probabilmente aveva pensato che lei non lo avesse sentito con tutto quel frastuono.

  • Comunque piacere, io sono Hale.- si presentò lui allungando la mano per presentarsi.-

megan cercò di asciugarsi il palmo bagnato di sudore e di coca come sui jeans copiò il gesto del ragazzo.

  • ehm...io Megan, piacere.-

per un attimo nessuno dei due seppe più cosa dire e l'imbarazzo crebbe come una cortina di fumo riempiendo lo spazzo fra di loro.

  • quindi ti piace la musica rock eh?- Hale fu il primo a tentare di iniziare una conversazione.

Megan lo ringraziò mentalmente perchè si sentiva ancora troppo in imbarazzo per l'incidente di poco prima.

  • si, mi piace.- gli disse riuscendo finalmente a sorridergli timidamente.

  • Ma la vera fanatica è la mia amica jess, la vedi quella pazza scatenata in jeans neri e canotta rosso fuoco?- disse indicandola con un gesto della testa.

  • Ahahah si la vedo. Deve essere simpatica.-

  • si lo è. Dove c'è un cantante o un gruppo rock c'è anche lei.-

ora che il ghiaccio era stato rotto era felice di essergli finita addosso.

Magari non aveva solo un bel viso. Forse era anche un ragazzo simpatico.

-quindi....- hale era in evidente difficoltà cosi megan fece il primo passo.

  • sei di durmasty anche tu?-

hale sembrò quasi sollevato che fosse stata lei la prima a intavolare un discorso.

  • no vengo da new saint.- un sorriso gli increspò le labbra.

Newsaint era un paesino non molto più grande di durmasty, che contava a malapena settemila persone. A circa una ventina di chilometri verso nord.

  • ouch. Rivali.-

la storia della rivalità tra durmasty e new saint era leggenda tra gli abitanti dei due paesi. Nessuno sapeva bene perchè, ma alcuni ipotizzavano che fosse a causa centenaria discussione su quale delle due fosse sorta per prima diventando di fatto la cittadina a cui fare riferimento.

Hale scoppiò in una risata sincera.

  • si la leggenda così vuole, ma a me non è mai importato molto di questo tipo cose.-

interessante. Erano pochi quelli che affermavano di non schierarsi da nessuna delle due parti.

  • finalmente qualcuno che la pensa come me.- distolse lo sguardo dallo spettacolo di luci che arricchiva la performance e lo guardò negli occhi per l'ennesima volta in pochi minuti. Se non la smetteva richiava di essere beccata e non voleva che succedesse. Avrebbe fatto una pessima figura.

  • Ah si?- chiese lui stupito

  • ebbene si- gli rispose – finalmente qualcuno che la pensa come me.- la prese in giro lui.

E insieme risero in modo complice.

  • Che mi dici di te megan?-

  • ehm....non saprei. Sono abbastanza solitaria. A parte jess non ho molti altri amici. Sono un tipo abbastanza solitario. Ma a me va bene cosi, direi che fa parte del mio carattere. - lui la stava guardando con interesse mentre gli raccontava quelle cose e non sembrava esserne deluso. Cosa che a megan fece molto piacere.

  • E tu hale?-

cosi lui le raccontò di essere un ragazzo che amava stare all'aria aperta, che leggeva romazi fantasy e che anche lui non era un festaiolo.

Ad ogni nuova informazione che riceveva quel ragazzo le piaceva sempre di più.

Per un paio di canzoni nessuno dei due disse più niente poi hale le fece una domanda che l'avrebbe messa in difficoltà.

  • che scuola fai?- sei al liceo vero?- io sono all'ultimo anno. Vado al liceo pubblico a new saint. megan impitrì all'istante come se quanlcuno le avesse buttato addosso cemento a presa rapida. Avevano cinque anni di differenza. Qualsiasi pensiero avesse fatto su quel ragazzo, doveva fermarlo immadiatamente. Era un ragazzino! Un minorenne! Stava per dirgli che lei frequentava già l'università e stava per diplomarsi quando una persona arrivò ad interroperli.

  • Hale! Quelle cannucce che fine hanno fatto? Paul stava per chiamare la polizia e denunciare la tua scomparsa, cosi sono venuta a cercarti. Quel ragazzo è troppo ansioso per i miei gusti.-

una ragazza bionda quanto come hale si avvicinò a grandi passi nella loro direzione facendo sfolazzare una gonna di conone nero a spicchi. La maglietta con un grande scollo rotondo che portava era dello stesso colore. Sembrava non sentirsi propriamente a suo agio in quei vestiti, forse, pensò malignamente megan, si era vestita cosi appositamente per l'occasione. Forse i concerti rock non erano il suo ambiente naturale.

  • oh ma guarda un po', ti lascio andare a prendere delle cannucce e ti ritrovo a fare il filo ad un'altra.- dalla voce non sembrava stesse scherzando, anzi sembrava parecchio scocciata.

  • Iris non fare l'acida.- la ammonì hale.

  • Sto solo facendo amicizia. Smettila di fare la stronza.-

la ragazza colta alla sprovvista incassò il colpo e si mise a battere la punta della scarpa nera sull'asfalto, incrociando le braccia con aria minacciosa.

Hale poi tornò a rivolgersi a megan.

  • megan, questa è Iris, la mia ragazza. Quando non si comporta da stronza è più socievole, te lo assicuro.

Megan tese la mano. Ma iris sembrò non notarla nemmeno.

  • come ti pare. Sbrigati a tornare o paul chimerà la swat.-

  • detto questo girò sui tacchi alti dieci centimetri e si allontano a grandi passi.

  • Incredibile. Mi scuso da parte sua. Non capsico che le prenda oggi. Aspetta che torni dagli altri. Questa volta non la passerà liscia te lo giuro.

Megan però non lo stava più ascoltando. In fondo in fondo, aveva sperato che fosse single, ma chi voleva prendere in giro, ragazzi come quello non rimanevano soli a lungo. Si posò una mano all'atezza dello stomaco. Si sentiva come se qualcuno le avesse appena tirato un calcio. Hale aveva una relazione con quella pazza acida? E soprattutto, aveva diciassette anni. E questo non era un problema enorme.

lunedì 19 settembre 2011

Silver Moonlight 24°capitolo

buongiorno a tutti! non sò quanti siano rimasti a seguire il blog ma spero che qualcuno ci sia ancora. mi dispiace non essere stata presente nell'ultimo mese ma dopo un lungo periodo (non di vacanza ma di lavoro) sono tornata per deliziarvi (almeno lo spero) con i nuovi capitoli della mia storia silver moonlight e con una sorpresa. ebbene si ho cominciato un altro racconto. spero che anche questo potrà piacervi perchè ho grandi progetti su questa nuova storia. devo ancora decidere bene in quale giorno postarvelo ma vi prometto che sarà a breve.

p.s. blogger non mi fà caricare il banner di SM per cui vi posterò il capitolo senza la solita immagine a precederlo

SILVER MOONLIGHT capitolo 24

Per fortuna li convinse a non chiamare la polizia visto che in ogni caso sarebbero tornati il giorno dopo.

Guardando l'orologio digitale lyla si corresse.

Sarebbero tornati quel giorno stesso. Erano le due di notte passate.

Recuperato un pezzo di cartone compresso dallo studio di saraphine coprirono la finestra meglio che poterono. Poi dopo mille rassicurazioni da parte di lyla uscirono dalla sua camera e tornarono a letto.

Rimasta nuovamente sola doveva affrontare qualsiasi situazione avrebbe trovato in bagno.

Appoggiando la mano sulla maniglia, ebbe un nuovo un deja-vu della notte in cui l'uomo era entrato in camera, sua solo dio sa per fare cosa. Anche allora aveva avuto paura di aprire la porta, con l'angoscia che le serpeggiava nella pancia. Quell'uomo la turbava anche al di là che fosse il suo aggressore indemoniato.

Inserì la chiave che aveva recuperato dal cassetto e abbassando la maniglia apri lentamente.

Lui era esattamente dove lo aveva lasciato quando lo aveva trascinato a forza dentro. Appoggiato scompostamente nella porzione di pavimento tra la doccia e il wc.

Era immobile e tra un respiro e l'altro passava cosi tanto tempo che lyla pensò che fosse morto in un primo momento.

Rimase li in piedi, ferma come una statua a fissarlo per un tempo lunghissimo.

Sembrava che stesse dormendo. I capelli rossicci gli scendevano sugli occhi dal taglio allungato contornati da ciglia chiare come i capelli. Lyla ricordava di averli visti in modo chiaro la notte prima. Erano grigi e freddi come il ghiaccio. Non poteva negare che fosse davvero un bell'uomo. Non dimostrava molti anni più di lei, venticinque o forse ventisei.

Non sapeva cosa fare. Doveva cercare di svegliarlo?

Il completo nero notte luccicava sotto qualsiasi fonte di luce abbastanza forte da raggiungere la stoffa. Non potendo più resistere gli si inginocchiò accanto e appoggiò una mano sul tessuto. Era di squisita fattura, doveva essere senza dubbio seta. Un completo comprato in un negozio di classe. E senza accorgersene cominciò a fantasticare di cosa si occupasse nella vita di tutti i giorni. Probabilmente era un mafioso di quelli stile scarface o il padrino. Non era cosi difficile trarre una conclusione di quel tipo visto cosa le aveva fatto e come era vestito.

Alla faccia dell'ovvietà.

Si appoggio alla lastra di vetro soffiato della doccia abbracciando con le braccia le gambe portandosele al petto.

Dio quanto era stanca.

Anche se aveva dormito dopo essere tornata dal lago non aveva veramente riposato, poi lui aveva fatto irruzione ed ora eccola li. Ad aspettare solo dio sapeva cosa.

Dopo qualche minuto sentì dei lamenti sommessi venire dalla bocca di lui, stava soffrendo? Forse il sangue che gli era sceso dalla manica veniva da una ferita grave che nell'irruzione in casa si era riaperta e che ora gli faceva molto male.

Stava per entrare nel panico. non sapeva cosa fare, non sapeva se doveva cercare di svegliarlo o lasciare che lo facesse lui da solo. Era sempre più combattuta quando lui scelse per lei e aprì gli occhi.

Si, erano stupendi proprio come li ricordava. Grigi come le nuvole prima della pioggia, e con piccole venature più chiare.

Era cosi persa ad ammirare ogni minimo particolare delle sue iridi, da non notare che lui stava cercando di alzarsi.

Appoggiando le braccia a terra cercò di fare leva su quello ferito, ma si accasciò immediatamente con gemiti di protesta.

  • non sforzarti, credo tu sia ferito.-

le parole che le uscirono di bocca erano ben diverse da quelle che avrebbe voluto dire. E dallo sguardo stranito che le lanciò anche lui doveva aver pensato la stessa cosa. Un criminale era steso sul pavimento del bagno della sua camera e lei si preoccupava che stesse male? Ma cosa diavolo le diceva la testa?

  • adesso ti preoccupi per me?- disse lui in un sussurro, quasi le avesse letto la domanda negli occhi.

Ok. si sarebbe immaginata una qualsiasi altra risposta, del tipo: -scusa se ti sono piombato nella camera da letto per due notti di fila-, ma il sarcasmo non era tra quelle.

Che razza di maleducato!

-come scusa?- era una sua impressione o la situazione si stava facendo alquanto surreale?

  • prima.- disse lui con evidente affanno. - nel bosco, mi hai fatto parecchio male.-

questa si che era bella!

Lui che le aveva quasi spezzato una caviglia, voleva passare per vittima?

Strinse i pugni conficcandosi le unghie nella carne fino a quando non sentì dolore. Doveva assolutamente trattenersi o altrimenti gli avrebbe fatto del male sul serio questa volta.

Doveva concentrarsi sul suo obbiettivo. Doveva avere delle risposte.

Chiuse gli occhi e inspirò l'aria dal naso fino a quando i polmoni non le fecero male poi espirò forte dalla bocca. Quando fù sicura di aver ritrovato un po' di chiarezza riapri gli occhi, scoprendolo intento a fissarla.

  • Hai intenzione di parlare o continuerai a fare cose da pazza?-

oh bhe se voleva la guerra...

  • senti tu. Tutto questo è a dir poco assurdo. Io non ti conosco! Non so chi sei ne da dove provieni. Sei tu quello disturbato mentalmente. Ieri notte ti sei introdotto in casa mia, oggi pomeriggio mi hai aggredita e stanotte sei entrato di nuovo.

    Ora vedi di fare come dico io. Ti farò delle domande e tu mi darai delle risposte o chiamerò la polizia.- dicendo cosi estrasse dalla tasca il telefonino e glielo mostrò come a sottolineare il concetto. - e questa volta dirò loro la verità su dove sei.-

  • hai mentito alla polizia?- chiese lui in tono divertito.

  • si. ho dovuto. - ammetterlo con uno sconosciuto potenzialmente pericoloso non era stata una buona mossa, dandogli quelle informazioni poteva avvantaggiarlo nel caso lui avesse voluto colpirla per poi fuggire di nuovo. Si soffermò a pensare ancora per qualche momento studiandolo attentamente. È difficile decifrare il linguaggio corporeo di una persona che non conosci per niente. Sarebbe stata attenta ad ogni piccolo gesto per cercare di capirlo meglio. -Se ti avessi denunciato, loro ti avrebbero arrestato e io non avrei mai ottenuto le risposte che volevo. Non mi avrebbero mai lasciata sola con te e, chiamalo intuito, dubito che tu avresti detto loro tutta la verità.

  • Ragazza perspicace. Si; avrei detto loro il minimo necessario. Quanto bastava per dar loro l'impressione che non stessi nascondendo niente. Non posso finire in prigione.- si passò le mani tra i capelli poi con il dito medio si massaggiò la pozione di pelle sopra al naso. Ripetendo il gesto più volte.

    Doveva essere un segno di stanchezza.

Bhe lo erano entrambi, ma lyla non poteva ancora concedersi il lusso di correre tra le confortevoli lenzuola del suo letto. C'erano ancora un paio di cose da risolvere e una di quelle era rappresentata dall'uomo che giaceva sanguinante sul pavimento del suo bagno.

Sarebbe stata una nottata lunga.



domenica 7 agosto 2011

comunicazione di servizio


gente non dateci per disperse perchè siamo ancora qui con voi.
con l'arrivo di agosto siamo stra-impegnate e quindi ci riesce difficile ve
nire ad aggiornare il blog, ma non preoccupatevi che non lo abbandoneremo! fino a metà settembre temo che sarà cosi ma poi riprenderanno i post
settimanali. per ora vi lascio con un nuovo capitolo di silver moonlight e alla nostra lyla.

baci

  • brutto porco maniaco schifoso.-

chissà perchè in un momento come quello si immaginò la scena di frankenstein junior in cui gene wilder testa la reattività di un paziente urlandogli contro una serie di improperi. In un certo senso era una situazione abbastanza comica, tranne forse per chi si trovava protagonista.

  • aiut....-

non fece nemmeno in tempo a pronunciare la parola per intero che quello si accasciò a terra come un sacco di patate.

Dalle scale venne un rumore di passi.

  • merda-

qualcuno stava salendo le scale. Probabilmente il tonfo del corpo caduto a terra aveva allarmato gli zii che dalla sala stavano correndo a vedere se era tutto a posto. Ma quei due che cavolo facevano nel mezzo della notte ancora sul divano. Rabbrividì, non voleva veramente una risposta.

Guidata dal panico prese il corpo senza sensi dell'uomo lo trascinò per un piede verso il bagno, dall'altra parte della stanza. Nei film sembrava sempre un gioco da ragazzi ma tirare un uomo a peso morto per un piede non per niente facile. Nonostante dalla finestra che quel pazzo aveva rotto, entrasse l'aria gelida della notte le scendevano gocce di sudore lungo la fronte e la linea della spina dorsale.

Era quasi a metà strada tra il letto e la porta del bagno quando saraphine bussò alla porta. Aveva almeno avuto la decenza di bussare invece di irrompere dentro come un uragano. Cosa che invece avrebbe fatto senza dubbio suo marito.

  • lyla, piccola, abbiamo sentito un vetro che si spezzava, stai bene? Ti sei fatta male?-

era stata una stupida a credere che non avessero sentito il vetro che mentre andava in mille pezzi si spargeva per tutta la stanza.

Tipico suo.

  • ehm.....si è tutto ok.-

  • lyla per favore apri.

Questa volta non poteva cavarsela semplicemente dicendo che stava bene. Che era tutto ok. Sarebbe sembrato troppo strano non farla entrare.

  • un attimo zia, sono ancora svestita.-

  • lyla per la miseria non mi scandalizzo vedendoti nuda, ricordi? Ti ho cresciuta io! Ti ho pulito il sedere fono all'asilo-

erano tutte scuse ovviamente. Non poteva aprire con il corpo privo di sensi in mezzo alla stanza. L'avrebbero scoperto e chiamato la polizia di conseguenza. L'agente denton si sarebbe presentato per finire la sua deposizione e le avrebbe chiesto: - è questo l'uomo che ti ha aggredita?-

e lei a quel punto non avrebbe potuto negare ancora. No non voleva che lo arrestassero. Avevano una faccenda in sospeso ed era tra loro due soltanto.

  • lyla!-

alla voce di saraphine si era aggiunta quella di joseph che aveva perso il suo tono gioviale che accompagnava sempre la sua voce, ed era diventata irritata con una punta di quella che forse era rabbia.

Doveva essersi veramente incavolato se si era arrivati a quel punto.

A confermare i suoi timori lui dall'altra parte della porta disse:

  • lyla mi sto seriamente incazzando, quindi, o apri la porta ora e risolviamo la cosa civilmente, o prendo la prendo a spallate fino a quando non sono riuscito a entrare.-

dio quanto era tragico quell'uomo.

Dopo un ultimo sforzo, riusci a fare entrare quel tanto che bastava il corpo dentro al bagno. Quindi chiuse la porta a chiave e se la nascose nel primo cassetto dalla cassettiera dove stava appoggiata la tv a schermo piatto.

Poi si spogliò in fretta lanciò in un angolo i jeans e il maglioncino puliti che aveva indossato solo qualche ora prima quando lo stesso uomo che ora era svenuto nel bagno l'aveva aggredita.

Indossò un paio di pantaloncini corti e una maglietta larga con sopra un cervo poi arruffò i capelli che forse lo erano già fin troppo. Quindi indossò la vestaglia e aprì.

Sperò che qualunque dio stesse assistendo alla scena le desse una mano.

Apri la porta e lascio che l'uragano joseph entrasse nella stanza.

  • per tutte le stelle nel cielo-

a volte le imprecazioni di jo erano veramente patetiche e probabilmente non riusci a mascherarlo bene perchè lui si voltò e le disse: - cosa diavolo è successo in questa stanza? Eh?-

quello era il momento esatto in cui avrebbe dovuto mettere una maschera di bugie sulla faccia fin troppo sincera che aveva di solito.

Fine un'espressione di stupore mista a preoccupazione e paura.

  • io....io non lo so zio.-

diavoli, non era poi cosi male con le bugie.

  • ero a letto che dormivo e poi ho sentito il vetro che si spezzava. Mi sono svegliata ho visto tutto il vetro sparso in giro e poi siete arrivati voi a bussare. Ne so quanto voi.-

La porta finestra era divisa il due finestre per ogni anta. Il vetro superiore dei quella a sinistra era completamente esploso verso l'interno . Con ogni probabilità mister sconosciuto l'aveva fracassato con una gomitata poi era entrato scivolando attraverso l'apertura.

Saraphine si avvicinò per guardare meglio persa nelle sue teorie e ipotesi.

  • può darsi che sia stato un animale.- disse

il silenzio calò tra di loro.

  • tua zia non ha tutti i torti.-

  • grazie caro.- disse lei guardandolo con uno sguardo pieno di amore e orgoglio.

Si sentiva sempre di troppo quando si scambiavano quelle occhiate cariche di sentimento e affetto.

Si schiarì la voce riportando l'attenzione all'argomento.

  • Hai visto qualcuno fuori dalla finestra prima di andare a dormire?-

quella domanda la prese alla sprovvista. Perchè diavolo le facevano una domanda simile? Che sospettassero qualcosa? Si sentì il viso andare in fiamme per il senso di colpa.

Cavoli, se l'era cavata bene fino a quel momento.

O era diventata paranoica o loro sapevano qualcosa.

Si voltò e cominciò a raccogliere i pezzi di vetro dando loro le spalle. Non poteva farsi beccare con la faccia di quel colore. Avrebbero capito che stava nascondendo qualcosa.

  • no, nessuno? Perchè questa domanda? Perchè qualcuno dovrebbe stare davanti alla mia finestra nel pieno della notte?

Non si voltò ma dalla risposta di saraphine capì che sul suo viso doveva essersi dipinta un'espressione sconcertata.

  • potrebbe darsi che l'uomo che ti ha aggredita sia tornato.-

ma certo! Sospettavano che probabilmente lui la stesse ancora seguendo e che forse avesse tentato di aggredirla ancora. Questa volta nella sua stanza da letto. Una mossa rischiosa ma che, se pianificata in modo intelligente poteva funzionare.

Loro avevano ipotizzato bene. Lui era tornato per lei. Nel posto dove si sentiva più al sicuro ma nel quale era più indifesa perchè priva di ogni protezione.

Perchè allora lo stava nascondendo? Cercava di proteggerlo dalla polizia? Ma per quale motivo?

La risposta era lì in un angolo della sua testa, che cercava di nascondersi volendo evitare di ammettere la verità.

Era incuriosita, affascinata perfino. Ma era anche timorosa di quello che quell'uomo voleva da lei. Se l'avesse consegnato alle autorità era certa che non avrebbe mai saputo la verità su quello che era accaduto. Non sapeva dire come ma era certa che lui avrebbe dato alla polizia una versione molto diversa dalla verità, ma altrettanto fattibile. Sarebbe andata persa la verità se fosse stato arrestato.

Voleva delle rispose e le voleva da lui in persona.







lunedì 25 luglio 2011

Silver Moonlight 22°capitolo

  • cosa credevi di fare comportandoti cosi con un agente lyla?-

avrebbe dovuto sentirsi in colpa per lo scoppio d'ira di poco prima, ma non era cosi. Avrebbe dovuto ammettere di aver sbagliato e scusarsi con tanto di flagellazione in pubblico, perchè pensandoci, ora che l'ira era scemata, fare incazzare un poliziotto non era proprio stata una bella mossa. Probabilmente comportandosi cosi lo aveva reso ancora più sospettoso su cosa era accaduto. Già se lo immaginava, seduto alla sua triste scrivania grigia, e ricoperta fino all'impossibile di scartoffie ancora da compilare, e tazze di caffè freddo e stantio, mentre era chino sul modulo per le dichiarazioni dei testimoni. Quello che avrebbe scritto l'agente Denton secondo lei suonava così: la signorina Emrys Lyla afferma di essere stata aggredita da un individuo che si presume sia un uomo, nel bosco nei pressi di Lake Louise. La sopracitata sostiene anche di non aver riconosciuto l'individuo che l'ha aggredita e di non poter fornire nessun dettaglio utile al riconoscimento di quest'ultimo.

Pertanto è possibile ipotizzare che la signorina Emrys abbia preso un grosso spavento scambiando l'ombra di un albero per uno spaventoso assassino.

Era praticamente certa che avesse scritto qualcosa di simile.

Doveva averla presa per una pazza psicolabile, poco male, cominciava a sentirsi davvero cosi.

Non si diede nemmeno il disturbo di rispondergli, lanciando un'occhiata da sopra la spalla che diceva: lascia perdere, per oggi ne ho avuto abbastanza.

Doveva essere pessima in quella cosa del parlare con gli occhi perchè quando fu a metà delle scale, joseph si aggrappò alla ringhiera di legno chiaro e sbraitando come un drago con i bruciori di stomaco le disse:

  • lyla torna immediatamente qua! Dobbiamo parlarne non puoi scappare, mi hai capito piccola testarda?!-

l'irritazione e la rabbia le riempirono le vene delle mani facendogliele richiudere a pugno istintivamente. A quel punto sapeva di non riuscire quasi più a trattenersi. Quindi con uno sforzo di nervi enorme salì gli ultimi gradini della scala saltandone due alla volta per infilarsi poi in camera sbattendo la porta e chiudendola a chiave, proprio mentre saraphine dal basso diceva: - calmati joseph. Ha avuto una brutta giornata, cerca di capirla-

beh, per fortuna che almeno qualcuno la capiva.

Era stanca di quella giornata ed era felice che stesse per finire.

Si buttò a peso morto sul letto, sprofondando piacevolmente tra gli strati di coperte e la trapunta che ricoprivano le lenzuola blu notte che aveva scelto in un grande magazzino di Toronto qualche anno prima.

Avrebbe voluto trascinarsi fino al cuscino e scivolare sotto le coperte per eclissarsi da tutto quello che la circondava ma non ne aveva la forza.

Riposò gli occhi per qualche minuto tenendoli chiusi e quando il respirò tornò ad essere regolare, li riaprì lentamente.

Era ora di affrontare un paio di cose.

Continuare a negare era ridicolo a quel punto. bisognava tirare le somme della giornata e, per quanto possibile cercare di mettere un po' di ordine e razionalità.

  • mmh.... vediamo-

disse parlando con se stessa.

  • per prima cosa, c'è stato l'incidente con l'auto. Quando sono uscita da casa per andare al lavoro-

l'autista aveva gridato dicendole di svegliarsi, ma lei si sentiva a posto.

Ci pensò un po' poi disse:

  • no quello addormentato era lui, come aveva fatto a non vedermi?-

accantonò il fatto non vedendoci niente di particolare.

  • Poi c'è stato lo scontro con il passante sul marciapiede.-

  • pffff.

Sbuffò con ironia. Quello non era nemmeno da prendere in considerazione. Eppure una sensazione di disagio serpeggiando lungo la spina dorsale le insinuò il dubbio che che la faccenda non si limitasse a un evento insignificante come quello. Ma ci fosse di più.

Ci avrebbe pensato in seguito, in quel momento non riusciva a ricavare altro dalle sue emozioni.

  • il caffè di francis-

quello si che era stato strano. Per tranquillizzarlo lo aveva rassicurato che era stato soltanto un calo di zuccheri a farla sbattere al tavolino della caffettiera. Ma ovviamente non era stato cosi. La verità era che non lo sapeva nemmeno lei. Forse razionalizzare su quell'evento in particolare era inutile, perchè di razionale c'era ben poco.

Per quanto uno si sentisse debole e stesse per svenire per un calo di zuccheri, non gli sarebbero mai spuntate negli occhi delle lenti d'ingrandimento. Questo era un fatto. Non si poteva discutere che quello fosse un dettaglio al di fuori di ogni spiegazione.

  • dovrei andare da un medico? No, m i prenderebbe per una povera pazza e mi farebbe andare nel reparto di psichiatria per u consulto.-

e lei sapeva di non esserlo. Sapeva che quello che le era successo per quanto strano e anormale era vero. Era accaduto sul serio.

Tuttavia rimaneva un mistero il perchè le fosse accaduto.

Cominciava a sentirsi insonnolita, tutto quel discutere con se stessa l'aveva rilassata e allo stesso tempo preoccupata, ma il sonno stava prendendo lentamente prendendo il sopravvento sui dubbi e sulle paure.

Quando chiuse gli occhi ogni preoccupazione aveva lasciato il posto alla tranquillità dei sogni.


Un vetro che andava in frantumi la risveglio da un sogno di cui già non ricordava più i dettagli.

Si mise frettolosamente a sedere sul letto e una folata di vento gelido la svegliò completamente.

Il tutto suonava di già visto, già successo.

E poi fu come ritrovarsi in un deja-vu.

Un uomo alto e bello. Una giacca nera e scintillante.

E sangue. Che questa volta oltre che dalla manica usciva anche dal colletto della giacca elegante. Ma era scuro e non sembrava riflettere la luce fioca che veniva dalla stanza di lyla. Era sangue secco oramai da giorni.

Dunque non si era sognata tutto. Quel piccolo dettaglio che continuava a tormentarla da quella mattina. Quel ricordo che non riusciva a ripescare e che era rimasto in agguato per tutto il giorno, ora era li.

Aveva già vissuto quella scena appena la notte prima.

L'uomo era già stato nella sua camera esattamente nello stesso punto in cui era ora.

Non poteva credere di aver dimenticato una cosa simile. Uno sconosciuto e possibile assassino entra in camera sua nel mezzo della notte e lei semplicemente lo scorda? Cosi all'improvviso? Possibile che l'avesse ipnotizzata per farle scordare l'accaduto? Si certo. Da un momento all'altro sarebbe spuntato anche mago merlino.

Poi rimase shockata dal pensiero che formulò nell'istante successivo.

Quello era lo stesso uomo che l'aveva seguita nel bosco.

  • tu brutto...-

la ferita che le aveva inferto nel bosco si era, in modo completamente inaspettato e sorprendente, rimarginata del tutto.

Ma il torto, l'umiliazione e la paura, bruciavano ancora sotto la sua pelle.

questa volta non l'avrebbe fottuta, non era tanto stupida da commettere due volte lo stesso errore, o per lo meno non l'avrebbe fatto consapevolmente.

lunedì 18 luglio 2011

Silver Moonlight 21°capitolo

Quando si accorse dell'errore fu troppo tardi. Il danno era già stato fatto.

  • io chiamo la polizia-

  • no joseph, non ce n'è bisogno...-

non aveva nemmeno fatto in tempo ad aprire la bocca che lui era già impegnato in una discussione accesa con la stazione di polizia locale.

  • lo sai quanto ci tiene a te.-

saraphine era meravigliosa. Indossava un paio di jeans bianchi e un maglioncino di lana a collo alto dello stesso colore. I lunghi capelli biondi in quel momento erano raccolti alti sulla testa in una crocchia.

Sembrava la regina delle nevi di qualche fiaba della buonanotte.

  • si lo so, ma credo che sia eccessivo chiamare la polizia. Io sto bene e a quest'ora chissà dove sarà finito quel tizio.-

  • per quanto ne sappiamo noi lyla, potrebbe anche essere una persona pericolosa è nostro dovere denunciare l'accaduto. Eravamo cosi preoccupati per te tesoro. Non vorremmo mai che succedesse al figlio di qualcun altro, per questo dobbiamo farlo .-

aveva ragione. Si sarebbe sentita terribilmente in colpa se a causa della sua reticenza a denunciare l'accaduto un'altra ragazza fosse stata aggredita.

Annuì silenziosamente, senza alzare lo sguardo dal tessuto arabescato del divano.

Non poteva biasimarli per come avevano reagito, appena uscita dal bosco si era resa conto di avere l'aspetto di uno che aveva appena finito un'esercitazione militare. Aveva cercato in tutti i modi di entrare in casa il più silenziosamente possibile per non farsi vedere conciata cosi, ma sfortuna volesse che quel testardo di suo zio la stesse aspettando appollaiato sulla poltrona accanto al divano dove si trovava lei ora.

Joseph era quasi svenuto alla vista di lei tutta sporca di fango, e il sangue che imbrattava la giacca all'altezza dello strappo aveva fatto da ciliegina sulla torta. Da quel momento era stato tutto un turbinio di imprecazioni che provenienti dalla bocca di joseph suonavano veramente strane. Era un uomo pacato, si agitava molto questo è vero, ma non era tipo da sfornate parolacce in serie.

Nel trambusto, saraphine si era svegliata e mentre cercava di calmare suo marito che ormai era sull'orlo di un attacco di panico, aveva fatto cenno di via libera a lyla che non se lo era fatto ripetere due volte ed era corsa in camera sua.

Chiusa la porta della stanza alle sue spalle, aveva girato la chiave nella toppa rimanendo da sola con il cuore che le andava a mille.

Era corsa in bagno e si era strappata la giacca lasciandola cadere sul pavimento. La maglia sottostante era impregnata del sangue che aveva perso dal taglio vicino alla clavicola. Aveva appoggiato delicatamente le dita sulla ferita aperta ma le aveva ritratte quasi subito. Quella ferita faceva un male cane.

Non riusciva a capire come se la fosse fatta, di sicuro non era stato cadendo perchè quando si era risvegliata sulle rive del lago ce l'aveva già. Più ci pensava meno riusciva a trovare una risposta razionale.

Era tutto assurdo, era assurdo che un uomo l'avesse aggredita, era assurdo l'incidente nel negozio di Francis.

Era esausta. Aveva fatto una rapida doccia lavando bene la ferita sotto al getto di acqua bollente in modo che non facesse infezione; dio solo sa con cosa si era ferita e quale tipo di germi potevano essere entrati. Uscita dalla doccia si era guardata allo specchio e aveva scoperto che non era grave quanto aveva creduto cosi si era messa un cerotto e si era rivestita con jeans puliti e una felpa attillata con un pupazzo di neve disegnato sopra. Poi era scesa al piano di sotto dove gli zii stavano ancora parlando al telefono. Cosi lei si era seduta sul divano ad aspettare che cominciassero con il fuoco di domande.

Ma non fecero in tempo a raggiungerla che il campanello di casa suonò.

Quando saraphine tornò non era da sola, con lei c'era un agente della polizia del Canada.

L'agente che venne a raccogliere la sua deposizione era un uomo che doveva avere circa quarat'anni.

Era stempiato e quei pochi capelli che gli rimanevano sul retro della nuca, da castani stavano diventando grigi.

Sulla distintivo che portava appuntato al petto lyla riuscì a leggere il nome: Agente Denton.

  • allora, tu devi essere Lyla. Giusto?-

  • ehm, si. Si signore.-

  • bene. Ottimo.-

si interruppe per un attimo e tirò fuori dalla giacca blu un taccuino tutto spiegazzato sul quale cominciò a scrivere con una penna che aveva preso dalla tessa tasca.

  • hai riconosciuto la persona che ti ha aggredita?-

  • no, non sono riuscita a vedere molto in quel momento-

  • capisco.-

  • e dimmi ricordi qualche dettaglio dell'uomo? Che ne so il colore dei capelli, una cicatrice, un segno particolare.

  • Sta scherzando vero?-

l'uomo parve sinceramente preso in contropiede dalla risposta acida.

  • lyla, ti prego.-

saraphine le lanciava occhiate di fuoco mescolate a....cosa? Imbarazzo?

  • no zia. Niente lyla ti prego.-

volevano farla incazzare? Beh ci stavano riuscendo alla grande

  • non essere maleducata con l'agente Denton. Sta solo facendo il suo lavoro.-

  • lui sta facendo il suo lavoro ma io sono stata aggredita in un bosco quando ormai era già sera. Da un uomo che probabilmente mi ha pedinata per tutto il tempo e che poi mi ha feri....ehm fermata buttandomi a terra. Credete che io abbia avuto il tempo di fermarmi e chiedergli qual'è il suo tipo di cioccolata preferita?-

per qualche secondo nessuno parlò. Ognuno perso nei propri pensieri. Alla fine il primo a parlare fu zio joseph.

  • agente, mia nipote è chiaramente shockata da quello che le è successo-

pollici in alto per joseph.

  • sarebbe possibile finire un'altra volta? Magari domani?- l'agente Denton chiaramente seccato di essere stato intralciato da una ragazza, alzò il sopracciglio sinistro e con l'aria di chi ha appena scoperto che dovrà fare un doppio turno annuì con poca convinzione.

  • Certo signor...mi scusi...-

joseph assottigliò gli occhi in uno sguardo seccato.

Ah! chi era ora che si comportava male?

  • Lewis, Joseph Lewis.-

  • certamente signor lewis. Allora passerò domani sera.-

detto questo si alzò dalla poltrona sulla quale si era seduto e si avviò verso la porta d'ingresso accompagnato da joseph e saraphine. Poi si voltò e toccandosi la visiera si accomiatò con un: -signora lewis, signor lewis. Buonasera.

Lyla soffiò fuori l'aria dai polmoni quando lo scatto della porta che si chiudeva risuonò nell'aria.


lunedì 11 luglio 2011

Silver Moonlight 20°capitolo


Zoppicando in modo vistoso riuscì miracolosamente a uscire dalla foresta senza essere raggiunta una seconda volta,

doveva averlo colpito in modo più grave del previsto. Era Possibile che gli avesse sfondato il cranio? È detto comune che l'adrenalina possa far compiere sforzi al di fuori dell'ordinario quando ci si trova in momenti di pericolo. Ma arrivare al punto di sfondare la testa di un uomo? Lyla si augurò di no.

Forse doveva tornare indietro e assicurarsi che non fosse morto, già la vedeva la squadra di C.S.I. Che trovava tracce del suo d.n.a. Sul corpo senza vita dell'uomo e poi un paio di agenti bussavano alla sua porta per arrestarla con l'accusa di omicidio.

Al contrario, se invece era ancora vivo e si era nascosto aspettando che il senso di colpa la costringesse a tornare indietro, sarebbe stato suo il cadavere ad essere ritrovato.

Radunò gli ultimi brandelli di sanità mentale che ancora le rimanevano e tradendo la promessa che essa stessa aveva fatto di non voltarsi e tornare indietro per nessuna ragione al mondo. Girò sui tacchi e per la seconda volta quel giorno varcò la soglia di un posto nel quale avrebbe gradito non andare.

Percorse con passo veloce il sentiero che aveva usato quando era entrata stando attenta a mantenere la direzione

che l'avrebbe riportata nel punto esatto in cui era caduta.

Poi poco più avanti, circa a venti, trenta metri davanti a lei dove i pini piegavano naturalmente verso destra, qualcosa attirò la sua attenzione.

Di nuovo il luccichio di prima. - oh merda.-

una massa informe stava immobile nello spazio tra due alberi e qualcosa, sul quello che lyla presumeva fosse il corpo, colpito dalla luce del telefonino brillava come a voler dire:

  • hey voi! Qua c'è un cadavere!-

perfino la vocina nella sua testa cominciava a diventare sarcastica e macabra. Non si metteva bene, per niente.

Mentre la stronza nel cervello continuava a farla rabbrividire con le sue frasi per nulla divertenti o almeno in quel momento non lo erano, lyla era sempre più terrorizzata.

In vita sua non aveva mai visto una persona morta, era troppo piccola per ricordare la veglia per i suoi genitori. I nonni erano ancora tutti e quattro in vita, per cui non era preparata a vedere il corpo senza vita di una persona, specialmente se era morta per mano sua.

  • coraggio, è inutile farla lunga.-

c'era troppo silenzio, se ne accorse quando, avvicinandosi al fagotto nero gli aghi dei pini si spezzavano bombardando la quiete con un il loro crepitio. Più si avvicinava, più trovava interessante ammirare le scarpe che calpestavano la neve immacolata. Non voleva guardare, non voleva scoprire di aver ucciso una persona, anche se l'aveva fatto per

difendersi.

Ormai in prossimità del punto in cui giaceva il corpo, alzò lentamente la testa cercando al contempo di mettere a fuoco la vista. E poi scoppiò a ridere. Il corpo era sparito. O forse non c'era mai stata una persona morta a terra. L'unica cosa presente sul suolo innevato era la sua borsa. E lei come una stupida ragazzina isterica l'aveva scambiata per il corpo del suo inseguitore.

Un peso enorme le si sollevò dal petto. Stava quasi per mettersi a ballare dalla felicità quando si ricordò di dove fosse e per quale motivo stesse gioendo. Ringraziò il cielo di essere sola. Si sarebbe vergognata da morire se qualcuno l'avesse vista. Qualcosa poi attirò la sua attenzione distraendola dal balletto della felicità riportandola bruscamente alla realtà. Era un oggetto prezioso, si notava.

Tra le dita teneva un bellissimo braccialetto, che ad occhio e croce sembrava fatto di argento, composto da una semplice catenella ad anelli.

Al centro la catena lasciava spazio ad una specie di spirale che racchiudeva una gemma verde-azzura esattamente

come le acque di Lake Louise.

Era davvero bellissimo, il tipo di bracciale che a lei sarebbe piaciuto indossare. Rigirandoselo tra le dita lyla notò che il metallo le stava riscaldando lentamente la mano. La persona che l'aveva perso doveva essere passata di lì da pochissimo tempo.

Il maniaco. Ma certo. Doveva averlo perduto mentre cercava di aggredirla.

Seguendo un impulso lo strinse nel pugno e se lo infilò nella tasca dei jeans. Raccolse la borsa e se ne andò.



vi lascio con l'immagine del bracciale trovato da lyl.

Alla prossima!

Eradil

lunedì 4 luglio 2011

Silver Moonlight 19°capitolo

Raccolte tutte le sue cose sparse a terra, si avviò verso il punto della boscaglia da cui era uscita qualche ora prima.

L'interno del bosco con i suoi rami fitti era oramai quasi completamente al buio. Lyla dovette farsi luce con il telefonino e anche con quello non riusciva a vedere oltre al metro davanti a se.

Rimanere completamente al buio non la entusiasmava, l'idea di non riuscire a vedere niente di quello che la circondava era una delle sue maggiori fobie, per questo accanto al letto teneva sempre una piccola lampada che faceva abbastanza luce per rischiarare l'ambiente ma che le permetteva comunque di riuscire a dormire senza problemi.

-crac-

di nuovo quel rumore.

No. non aveva niente a che fare con gli animali o con le piante che ondeggiavano alla sottile brezza della sera.

Ormai ne era quasi certa. Qualcuno la stava spiando e non era un turista. in quel caso si sarebbe fatto vedere immediatamente in cerca di aiuto.

  • fatti vedere brutto maniaco del cazzo!-

Ok forse non era la tattica migliore insultare una persona che la stava pedinando, ma hey, essere sfrontati è la migliore tattica per difendersi dal panico.

Continuare a giocare a quel gioco mentale ancora per molto avrebbe solamente assecondato la persona che continuava a rimanere nascosta e che evidentemente contava sul fatto che la paura la paralizzasse.

Forse sarebbe anche successo in un altro momento, ma lyla non gliela avrebbe data vinta. Oh no.

Prese la decisione in meno di un secondo poi si mise a correre in direzione del paese come se alle calcagna avesse avuto un branco di cani rabbiosi e vogliosi di farla a pezzi.

Il momento le suggeriva le ipotesi più macabre e lugubri anche se con un certo umorismo. anche più del solito.

I polmoni cominciavano a bruciare desiderosi di una pausa. Ma non aveva la minima intenzione di fermarsi prima di aver lasciato tra lei e il bosco almeno duecento metri.

La corsa e il respiro ansante coprivano qualsiasi possibile rumore il suo inseguitore stesse facendo; sempre se l'aveva davvero seguita. Non voleva fermarsi e accertarsene.

Un luccichio nel buio della notte incalzante la distrasse per un attimo facendola rallentare rallentare sensibilmente era difficile fare due cose contemporaneamente, soprattutto quando si sta cercando di scappare da un possibile assassino. Stava decisamente cedendo al panico più nero.

Un attimo dopo il luccichio era scomparso dalla sua visuale, volto la testa altre due o tre volte, ma sembrava definitivamente sparito, o forse non c'era mai stato.

Eppure nella sua mente prese a suonare un campanello di allarme, la situazione le era vagamente familiare, in qualche modo già vista. Ma proprio non riusciva a ricordare dove.

Poi all'improvviso il mondo si ribaltò. Dove prima c'era il cielo ora vedeva solo terra. L'uomo doveva essere riuscito a raggiunta e in uno scatto atterrata, afferrandola per una caviglia; non si era mai rotta niente in vita sua, per cui non conosceva il dolore cieco e pulsante di un arto spezzato ma era pronta a giocarsi lo stipendio di un mese che quello che sentiva, non era una semplice storta.

Il maniaco non aveva preso in considerazione l'eventualità che la sua preda si ribellasse in modo cosi violento al suo assalto e fece l'errore di non tenerle bloccate entrambe le gambe, lasciandole cosi la possibilità di tirargli un calcio in quella che in teoria doveva essere la sua faccia. Lyla tirò una serie di calci contando sulla quantità piuttosto che sulla qualità sperando di colpire quante più volte possibile il mostro che la stava aggredendo. Proprio quando stava perdendo le forze e le speranze, sentì la presa sulla sua caviglia destra allentarsi quel tanto a permetterle di liberarsi e sperare in una nuova fuga. graffiando il terreno con le unghie dipinte di smalto verde si allontanò di qualche metro dalla figura accucciata a terra che snocciolava una serie di parole incomprensibili ma che vista la situazione dovevano essere senza dubbio imprecazioni. Una volta rimessasi in piedi controllò sommariamente la situazione della gamba che sebbene dolorante e ferita sembrava essere tutta intera; per fortuna niente si era rotto come aveva ipotizzato prima.

Zoppicando visibilmente riuscì miracolosamente a uscire dalla foresta senza essere catturata una seconda volta, doveva aver colpito lo sconosciuto in modo più grave del previsto o forse aveva rinunciato a prenderla perchè nessuno la seguì per il resto del tragitto.

lunedì 27 giugno 2011

Silver Moonlight 18°capitolo

Il sottofondo delle auto di passaggio nella vicina superstrada era poco più di un noioso ronzio, unico indizio che lasciasse intendere di essere ancora vicino alla civiltà.

L'aria greve di umidità lasciava uno strato bagnato sul viso di lyla che a fatica procedeva negli stetti spazi fra un tronco e l'altro.

Aveva già messo in previsione una caduta in avanti stile pesce lesso, la coordinazione degli arti era sempre una questione difficile quando si faceva la gimcana nella foresta.

Dopo poco più di sessanta metri alla sua sinistra, la macchia di alberi si diradava abbastanza da creare una piccola radura che si affacciava sullo specchio d'acqua ghiacciata.

La vista le tolse il fiato.

Ogni cosa era ricoperta di bianco: il lago, gli alberi le cime delle montagne più alte; perfino il cielo pareva più chiaro di come appariva normalmente. Era spettacolare, l'avrebbe senza dubbio dipinta su uno dei sassi più grossi.

La spiaggia del paradiso, ecco come l'avrebbe intitolata. Un nome semplicemente perfetto.


Quando ebbe raccolto abbastanza rocce, la borsa pesava un quintale o almeno lyla credeva che fosse cosi.

Il suo fisico era minuto ma ben proporzionato, non certo una campionessa del mondo di pesi massimi, avrebbe faticato non poco nel ritorno a casa.

L'odissea del ritorno avrebbe aspettato, al diavolo, se la meritava una pausa dopo la commissione da francis. Ma sarebbe stato meglio non dilungarsi troppo a lungo o questa volta a lamentarsi sarebbe stato Joseph.

Quello non era un tipico lago, certo, gli alberi c'erano, l'acqua pure e il contorno delle montagne da cartolina anche, ma quello che mancava era una vera e propria riva. Per cui lyla dovette sedersi tra i sassi ghiacciati nella parte più a sud, quella più vicina alla cittadina.

Era il luogo dove era nata, ma non smetteva mai di sorprendersi della maestosità di quello che vedeva.

L'acqua azzurro pastello cosi particolare a causa del ghiacciaio da cui veniva, il verde profondo e avvolgente dei pini che ricoprivano completamente ogni centimetro libero di terra; e l'aria. Oh l'aria li aveva un profumo come da nessun'altra parte. Un misto di terra umida, ghiaccio e resina. Il profumo di casa.

Cullata dai dagli odori rassicuranti di lake louise lyla, cedette alle volute nebulose del sonno abbandonandosi completamente al letto roccioso su cui si era distesa. Lo scricchiolio degli alberi addormentati nella morte apparente dell'inverno e il frusciare degli animali selvatici in cerca di cibo furono la sua ninnananna. Le palpebre divennero pensanti come macigni e tenere aperti gli occhi divenne un'impresa impossibile.

Cedette al sonno vagamente consapevole, che quella non sarebbe stata una buona idea.


La prima cosa che notò quando aprì gli occhi fu il freddo che sentiva fin dentro le ossa poi il dolore. Poi il cielo.

Qualcosa non andava.

Il cielo sopra di lei era troppo scuro anche per una giornata nevosa come quella e il freddo da pungente si era fatto quasi insopportabile.

I brividi che l'avevano svegliata la squassavano violentemente facendole battere i denti cosi forte da temere che si rompessero da un momento all'altro.

Quasi a volerla aiutare a capire, le nuvole si aprirono quel tanto che bastava a lasciare intravedere un piccolo pezzetto di cielo sereno. Piccoli puntini luminosi e splendenti cominciavano a popolare la volta celeste.

Puntini luminosi? Stelle!? Per quanto aveva dormito?

Facendo un calcolo approssimativo, dovevano essere passate non meno di quattro ore, l'orologio da polso bianco confermò l'ovvio. Erano le cinque del pomeriggio passate.

Doveva tornare a casa. Subito. Non osava immaginare la testa che le avrebbero fatto saraphine e joseph una volta che fosse entrata dalla porta di casa.

Appoggiando entrambi i polsi sui sassi scivolosi cercò di mettersi seduta, ma il dolore le che le pulsava era terribile, si diffondeva dalla clavicola destra in giù, lungo il braccio.

  • ouch. Ma che cavolo...-

tastandosi istintivamente il punto che le doleva, ritrasse la mano quando sentì il tessuto della giacca strappato. Qualcosa di vischioso e freddo le ricopriva le dita. L'istinto la mise in allarme facendo ridestare quella sensazione di ansia opprimente che solo per qualche ora aveva accantonato. Come guidata da una mano invisibile si portò le dita al naso. Un forte odore metallico le risalì lungo il naso. Quando capì che quello era il suo stesso sangue per poco non si sentì male.

Il rumore di un ramo spezzato attirò la sua attenzione.

Con il panico già a mille che le scorreva nelle vene assieme ad una scarica di adrenalina si mise finalmente in piedi.

Era certa che solo lei conoscesse quel posto o almeno, che solo lei avesse interesse a spingersi cosi avanti nel bosco. Era un luogo lontano dai normali percorsi turistici dove le guide portavano i turisti ad ammirare la bellezza della natura della valle.

Ma di rado accadeva anche che le guardie forestali dovessero andare a recuperare qualche gruppo di ragazzi che, curiosi di provare l'ebbrezza di visitare da soli i boschi senza l'aiuto di una guida esperta, finivano per perdersi. Chiamavano poi in preda al panico la polizia che andava a riprenderli.

Un altro rumore indefinito, lyla non sapeva se fosse di animale o di altro, veniva questa volta dalle sue spalle.

-hey?! C'è nessuno?-

solo il respiro profondo e selvaggio della foresta rispose alla sua domanda.

Quando il telefonino squillò diffondendo eye of the tiger dei survivor lyla temette di aver perso come minimo dieci di anni di vita per lo spavento. Con mani tremanti aprì la borsa e rispose, cercando di tenere la voce ferma.

-LYLA SIMONE EMRYS!-

ouch, erano anni che non sentiva pronunciare il suo nome per intero. Per la precisione da quando aveva compiuto diciotto anni ed era diventata maggiorenne.

  • ciao zietto-

  • oh adesso siamo passati a zietto? Hai idea di quanto mi sia spaventato? Sono ORE che cerco di rintracciarti, ORE! Ho chiamato francis-

se aveva chiamato il vecchio, doveva essersi davvero preoccupato.

Una fitta di rimorso la colpì nell'orgoglio.

-e non rispondevi nemmeno al cellulare ho chiamato otto volte! Lyla, sul serio. Che ti prende? È tutto il giorno che ti comporti in modo strano. Se c'è qualche problema lo sai che me ne puoi parlare-

accidenti ai sensi di colpa.

  • no joseph. Non è successo niente, davvero.-

quante volte l'aveva già ripetuto quel giorno? Sperava che non avrebbe dovuto farlo di nuovo.

  • ho lasciato la borsa dietro ad un albero quando sono andata verso nord, e mi era d'impiccio, cosi me l'ho lasciata li. scusami se ti ho fatto preoccupare.-

e lo pensava davvero. Era giornata strana, ma non doveva far ricadere le sue paranoie sugli altri, non era giusto.

  • va bene bambina.-

il tono dello zio pareva essersi disteso e rilassato. La preoccupazione non incideva più sul suo tono di voce.

-vai direttamente a casa. Alla chiusura del negozio ci penso io ok?-

-ok. Scusami ancora zio.-

-basta scuse. È tutto risolto tesoro. A dopo.-

  • a dopo.-

rimise il telefono nella borsa e fece un grosso sospiro cercando di rilassare le spalle.

  • e ora torniamo a casa lyl.-

stare nei boschi senza altra luce che quella della luna argentea, non era consigliabile neanche a chi era esperto o chi era nativo del luogo.

Girò le spalle allo specchio d'acqua che ora cominciava a diventare nero mano a mano che la luce del sole lasciava la valle.

Dio sperava che quella giornata finisse in fretta ma ancora non sapeva quanto si stesse sbagliando.

mercoledì 22 giugno 2011